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Il cervello che agisce

Come mai ci sentiamo così coinvolti mentre assistiamo a una partita di calcio o ci capita di commuoverci davanti a un film d'amore? Ed è così scontato che per imparare a fare una cosa dobbiamo provarci in prima persona o attendere che qualcuno ce la spieghi con le parole?
Un libro appena uscito può fornire delle risposte a questi interrogativi. Si intitola "So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio" scritto a quattro mani dal direttore del dipartimento di neuroscienze dell'Università di Parma Giacomo Rizzolatti e dal filosofo della scienza Corrado Sinigaglia. I due autori analizzano una delle più affascinanti e recenti scoperte delle neuroscienze, quella dei neuroni specchio. Scoperti a metà degli anni novanta da un team di ricercatori dell'Università di Parma guidato proprio da Giacomo Rizzolatti, i neuroni specchio sono cellule nervose che si attivano quando compiamo una certa azione ma anche quando, stando fermi, osserviamo un nostro simile fare quel movimento. Ogni volta che si osserva qualcuno compiere un gesto quindi, oltre all'attivazione delle aree visive si ha una contemporanea attivazione di quelle aree del cervello normalmente "accese" quando si svolge quello stesso atto (aree motorie). Pertanto, sia che si agisca sia che si rimanga semplici spettatori, una parte di noi non fa che agire o mimare virtualmente l'azione di qualcun'altro.

Posizione di alcuni neuroni specchio nel cervello

È un vero e proprio cambiamento rispetto al modello classico dell'apprendimento. Per decenni ha dominato l'idea che le aree motorie della corteccia cerebrale avessero il solo compito di far eseguire il movimento, senza minimamente occuparsi della fase di percezione né di conoscenza. Ma i neuroni specchio insegnano che alla base dell'apprendimento ci sarebbe l'azione. In principio, dunque, non era il verbo, ma l'azione.
E c'è di più. Inizialmente, infatti, i ricercatori pensavano che l'attivazione dei neuroni dipendesse solo dall'osservazione di un movimento altrui. Successivamente hanno capito che il meccanismo riguardava anche le emozioni e le sensazioni tattili provate dagli altri. È sufficiente vedere un'espressione sul volto o accorgerci che la mano di un altro viene sfiorata per simulare una sensazione corrispondente all'interno del nostro cervello. Questo mostrerebbe quanto in realtà sia radicato e profondo il legame che ci unisce agli altri e quanto sarebbe sbagliato concepire una società in cui esista un "io" senza un "noi".
Il meccanismo sarebbe comune a tutti gli individui, ma un recente studio pubblicato su Nature Science svolto dall'Università di Los Angeles dimostrerebbe un'anomalia di funzionamento negli autistici. Confrontando le scansioni cerebrali di 10 bambini autistici e 10 bambini non autistici di fronte a un compito di osservazione e imitazione di 80 diverse facce che esprimono rabbia, paura, felicità e tristezza, la neuroscienziata americana Mirella Dapretto ha scoperto che i neuroni specchio nei soggetti autistici mostravano una ridotta attività. I 10 bambini studiati avevano delle capacità intellettive molto alte, ma di fronte alle foto dei volti non mostrarono nessuna reazione di empatia. Il cattivo funzionamento di questa classe di neuroni potrebbe quindi spiegare il motivo per cui le persone autistiche non partecipano alla vita degli altri, non riescono a entrare in sintonia con il mondo che li circonda, non capiscono il significato dei gesti e delle azioni altrui. La ricerca è ancora in una fase embrionale e non è possibile ancora giungere a conclusioni definitive: solo ulteriori studi permetteranno di spiegare l'effettivo coinvolgimento dei neuroni specchio nell'autismo.
L'importante scoperta di questa classe di neuroni sta comunque prendendo altre direzioni inaspettate. Nell'uomo i neuroni specchio sono stati individuati oltre che nelle aree motorie e premotorie (come nei primati e negli uccelli) anche vicino all'area di Broca, una parte dell'emisfero sinistro del cervello le cui funzioni sono coinvolte nell'elaborazione e comprensione del linguaggio. Questo ha portato la convinzione, e per molti addirittura la prova, che il linguaggio umano si sia evoluto tramite l'informazione trasmessa con i gesti che il sistema dei neuroni specchio è stato poi in grado di comprendere e decodificare. Ma anche in questo caso mancano ancora dimostrazioni evidenti e si aspettano conferme o smentite dal proseguo degli studi.

Le varie aree cerebrali e le funzioni cui sono preposte

Secondo l'indiano Vilayanur Ramachandran, direttore del centro per il cervello e la cognizione dell'università della California a San Diego, quella dei neuroni specchio è una scoperta rivoluzionaria e destinata a cambiare le neuroscienze, tanto quanto la scoperta del Dna ha cambiato la biologia. Come ha sottolineato Rizzolatti nel corso di un'intervista, se "cambierà le neuroscienze lo dirà solo il futuro". Per il momento, e questo è un dato certo, i neuroni specchio stanno offrendo molti spunti di riflessione.

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